giovedì 20 giugno 2013

Giuseppe Migneco nasce a Messina il 9 febbraio del 1908.
Vive gli anni di un'infanzia felice fra la campagna ed il mare della Sicilia, ed è proprio questo periodo della sua vita che resterà nella memoria del pittore come il ricordo di un paradiso perduto che ritrarrà in molti suoi quadri. A Messina Migneco consegue la maturità classica e nel 1931 si trasferisci a Milano, per studiare medicina, ma ben presto gli studi, come era prevedibile, vengono accantonati e Migneco si mantiene collaborando con "Corriere dei Piccoli", per il quale esegue qualche illustrazione.
All'inizio della sua carriera artistica Giuseppe Migneco dipinge quadri di contenuto vagamente autobiografico,  realizzati in atmosfere vive nella sua memoria, ma nel 1934, grazie alla sua passione e all'impegno di ricercare nuovi modi di esprimersi, entra in contatto con il vero mondo dei pittori: Renato Birolli, Raffaele De Grada, lo guidano alla scoperta di quel mondo pittorico verso cui si era sempre sentito attratto.
Nel 1937 è tra i fondatori del movimento di "Corrente" che raggruppa artisti provenienti da diversi orizzonti culturali, con l'intento comune di aprirsi alla cultura moderna europea, rifiutando l'isolamento culturale imposto dalla politica fascista e nel 1939 partecipa alla prima mostra di "Corrente" dove espongono artisti che, come lui, sentono la necessità di sviluppare un'arte impegnata che riconosce l'artista come tale e lo inserisce nel contesto sociale e politico.
A partire dagli anni '40, dove inaugura la sua prima mostra personale alla Galleria Genova di Cairola, inizia ad esporre le sue opere in diverse gallerie d'Italia.
Richiamato alle armi, interrompe l'attività artistica ma dopo il '45 fino alla metà degli anni '80, Migneco riprende la realizzazione delle sue opere che verranno esposte in molte gallerie italiane ed estere.
Giuseppe Migneco, figlio di un capostazione, come Quasimodo e Vittorini, viaggiava continuamente con la sua pittura impegnata, infatti, intorno agli anni '60-'70 subisce una trasformazione, il linguaggio si fa scarno, con linee secche e nervature nere che definiscono le forme entro uno schema di rigida tessitura, con toni cromatici lividi e freddi, che fanno pensare alle immagini raggelate di Bernard Buffet.
Poi ci fu l'ultima sua vibrante stagione, in cui, l'artista riflette sulla sconfitta personale e collettiva di un mondo divenuto indifferente e violento ed è proprio alla fine degli anni '70 e nei primi anni '80 che Migneco riflette sul "destino trafitto" e sul "presagio di morte", facendo ricorso ad una figurazione claustrofobica, dai colori violenti come il rosso violaceo, i blu netti che fanno pensare alla tragica solitudine di Francis Bacon.
Nel dicembre del 1983 la sua città gli dedica la prima ed unica grande antologica nella sala di Palazzo Zanca, dove vennero raccolti oltre 140 dipinti a testimonianza dell'intero percorso artistico dell'artista, una mostra, con contributi critici di artisti come De Grada, De Micheli e Fagone, che ebbe un grande successo di critica facendo conoscere un artista che era tra i massimi rappresentanti sotto il versante del Realismo.
Ora Taormina Arte ritorna a riflettere sull'artista con una inedita e singolare mostra, che si terrà nella Chiesa del Carmine a Taormina e la cui cura è stata affidata a Lucio Barbera e ad Anna Maria Ruta. La mostra in sé non vuole ricordare Migneco come il realista che aveva lottato contro il fascismo o colui che si era immedesimato nella sofferenza degli altri o ancora colui che, pur essendo andato molto giovane a Milano, aveva portato sempre nel cuore la sua Sicilia, come rimpianto, nostalgia, evocazione, ma vuole sottolineare l'artista che, senza perdere nulla della sua sicilianità, aveva aperto le finestre sull'arte europea, a cominciare da Van Gogh, la cui suggestione chiara si avverte nelle sue prime opere di accento fortemente espressionista, affidate ad una pennellata contorta e sofferta, con colori bruciati di giallo e di e di un verde marcio che tendeva al nero. Su quell'impianto l'artista seppe sviluppare, attraverso una "rilettura" e non una "traduzione", come spesso accade per Guttuso, della sintesi cubista di Picasso, il suo inconfondibile linguaggio realista che come un elastico lo riportava alla sua identità siciliana. Ed è proprio di un Migneco che si colloca tra Van Gogh e Bacon, vuol essere testimonianza la mostra che non mancherà di mettere in rilievo i rapporti del siciliano con gli altri artisti di "Corrente".














Renato Guttuso nasce il 26 dicembre 1911 a Bagheria.
I genitori, in seguito ad un contrasto con la città a causa delle loro idee liberali, preferiscono denunciarlo a Palermo il 02 gennaio 1912.
Già appena tredicenne, si evince il talento di Guttuso e comincia a firmare e datare i propri quadri. Sono piccole tavolette dove per lo più copia i paesaggisti siciliani dell'ottocento.
Durante questi anni dipinge anche dei ritratti come quello del padre, il Cavaliere Gioacchino Guttuso Fasulo, inizia a frequentare l'ambiente artistico palermitano e nel 1928 partecipa a Palermo alla sua prima mostra collettiva.
Nel 1931 partecipa con due quadri alla Quadriennale Nazionale d'Arte Italiana a Roma e ha occasione di vedere dal vivo le opere dei più grandi artisti italiani che lo impressionano profondamente. Per vivere a Roma esegue alcuni lavori di restauro ed è in questo periodo che ha modo di legarsi ad artisti come Mario Mafai, Francesco Trombadori. Corrado Cagli, Pericle Fazzini, Mirko e Afro.
Espone per la seconda volta a Milano, alla galleria del Milione con il "Gruppo dei 4" che aveva fondato a Palermo con Giovanni Barbera, Nino Franchina e Lia Pasqualino Noto.
A causa del servizio militare trascorre il 1935 a Milano, dove ha occasione di stringere grandi amicizie con artisti come Birolli, Sassu, Manzù, Fontana ed intellettuali come il poeta Salvatore Quasimodo, Raffaele de Grada, Elio Vittorini, il filosofo Antonio Banfi, Raffaele Carrieri, Edoardo Persico. Nel 1937 si trasferisce definitivamente a Roma dove la sua prima personale viene presentata dallo scrittore Nino Savarese.
Sono gli anni delle straordinarie nature morte, della Fucilazione in campagna, della "Fuga dall'Etna", che riceverà il premio di Bergamo, in quel momento il più importante premio di pittura in Italia.
Continua la sua straordinaria produzione artistica dipingendo nudi, paesaggi, nature morte e realizza la "Crocefissione" (1940-1941), la sua opera più famosa ed uno dei quadri più significativi del Novecento, presentato al premio di bergamo nell'autunno del 1942, dove riceverà il secondo premio, suscita un grande scandalo e il Vaticano proibisce ai religiosi di guardare l'opera.
Nel 1943 lascia Roma per motivi politici e partecipa attivamente alla resistenza antifascista.
Della lotta partigiana ha lasciato una struggente testimonianza artistica nella serie di disegni realizzati con inchiostri delle tipografie clandestine intitolati "Gott mitt Uns"........ "Dio è con noi".
A Parigi con Pablo Picasso stringe un'amicizia che durerà tutta la vita e in Italia insieme ad alcuni amici ed artisti tra i quali Birolli, Vedova, Marchiori, Cairola, fonda il movimento Fronte Nuovo delle Arti con l'obbiettivo di recuperare le esperienze artistiche europee che a causa del fascismo erano poco conosciute in Italia. La sua pittura è caratterizzata soprattutto da temi sociali e di vita quotidiana: picconieri della pietra dell'Aspra, zolfatari, cucitrici, manifestazioni di contadini per l'occupazione delle terre incolte.
Gli anni che vanno dal 1950 al 1965 per Guttuso furono gli anni dove, grazie alle sue opere e ai suoi scritti di teoria e critica d'arte, collabora con le più grandi riviste italiane prendendo posizione nel dibattito sul realismo. Anni in cui diverse città tra cui New York, gli dedicano importanti mostre e antologiche di grande successo. Sposa Mimise Dotti, conosciuta durante la premiazione della sua opera "Fuga dall'Etna".
Dalla metà degli anni '60 inizia a realizzare il grande ciclo dell'Autobiografia, serie di dipinti che verranno ospitati in vari musei, tra i quali uno dei più belli bisogna ricordare "Gioacchino Guttuso Agrimensore" (1966) omaggio al padre.
Gli anni '70 sono caratterizzati dalla creazione della sua opera "La Vucciria" (1974) che celebra il popolare mercato di Palermo e dalla scelta di un importante nucleo di opere, sue e di altri artisti, che costituiranno la base per istituire la Galleria civica a Bagheria.
Il 18 gennaio del 1987 muore lasciando alcune opere, tra le più importanti, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma. Il Museo Guttuso, che ha sede nella settecentesca Villa Cattolica, raccoglie così la più ampia collezione di opere, quadri, disegni e grafica dell'artista basti pensare che dopo la sua morte, il figlio adottivo Fabio Carapezza Guttuso fonda gli Archivi Guttuso, cui destina lo studio di Piazza Grillo, e integra la collezione del museo di Bagheria.
Gli Archivi Guttuso hanno uno scopo ben preciso tra cui organizzare numerose mostre, come quella in Germania nel '91, a Londra e Ferrara nel '96 e nel decennale della sua morte, una grande mostra, incentrata sulla collaborazione tra Guttuso e il teatro musicale.  





lunedì 17 giugno 2013



















Bruno Caruso è nato a Palermo nel 1927.
Fin da bambino, disegna sotto la guida paterna copiando i grandi maestri del passato (Pisanello, Mantegna, Leonardo, Michelangeo). Compie studi classici, si laurea in giurisprudenza, frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia e i corsi liberi all'Accademia di Belle Arti. Nel 1947 a Vienna si entusiasma di fronte agli artisti della Secessione. in particolare viene colpito da Klimt e Schiele, a Monaco invece, scopre la brutalità dell'Espressionismo tedesco di Otto Dix e George Grosz ed è proprio in questa fase che il suo impegno politico e sociale si rivela in una raccolta di schizzi sulla persecuzione e lo sterminio degli ebrei e e nelle opere in mostra alla sua prima personale, presso la Libreria Flaccovio di Palermo (1948). La sua arte testimonia e raffigura contadini impegnati nell'occupazione delle terre e in un ciclo di disegni dedicati a diversi eventi storici.
Dopo aver soggiornato a Londra, Parigi e Milano, torna in Sicilia e segue in prima persona le lotte contadine e contro la mafia; anticipa la riforma in campo psichiatrico denunciando in una serie di disegni, gli abusi e le condizioni di vita spietate delle persone affette di disagio. L'Oriente entra nel suo orizzonte esistenziale, infatti apprende calligrafia persiana a Teheran, si appassiona alla miniatura dell'India, alla grafica giapponese che riesce a studiare grazie ai frequenti viaggi in Medio ed Estremo Oriente.
Dal 1959 fissa la residenza a Roma dove rimarrà per circa quarant'anni.
Durante i numerosi viaggi conosce alcune delle personalità tra le più significative del Novecento, da Malcom a Tennesse Williams, sue guide negli Stati Uniti, a Vittorini, Quasimodo, Mann, Camus, Sartre e altri scrittori. Realizza molti ritratti, in seguito raccolti nel volume di disegni Mitologia dell'Arte Moderna (1977), che include pure interpretazioni allegoriche (quali Fucilazione di una natura morta). Tra le numerose mostre, nel 2012 si è tenuta nella sua città natale la personale Federico II a Palermo.
In un pittore ed intellettuale palermitano di amplissima fama come Bruno Caruso, è fondamentale evidenziare come abbia messo la sua arte e la notorietà che ne è derivata a servizio del suo impegno civile, si è sempre battuto contro la sopraffazione, la guerra, la violenza, la fame, la mafia, le ingiustizie del mondo.
In Sicilia e a palermo ha sfidato i politici del malcostume e della corruzione, affiancando l'opera dei magistrati impegnati nella lotta contro la criminalità; nei primi anni '70 denunziò dalle pagine de "L'Ora" con un graffiante gioco della sua matita il groviglio del potere in Sicilia, rappresentando in un furioso collage i volti di Luciano Liggio con quelli di Gioia, Ciancimino,, Vassallo insieme ad avvocati, magistrati e politici.
Sul suo lavoro sono stati pubblicati un centinaio di libri ed altrettanti ne ha realizzati di invenzioni o con illustrazione. Ha esposto in tutto il mondo e le sue opere si trovano nei principali musei.

I suoi libri più noti sono: Il pugno di ferro (1962), Pace in terra (1963), La tigre di carta (1964), Totum procedit ex amore (1964), La mano dell'uomo (1965), Manoscritto sulle meraviglie della natura (1969), Anatomia della società civile (1972), Disegni siciliani (1972), La real casa dei matti (1973), Le giornate della pittura (1981).
        
    



venerdì 14 giugno 2013

Salvatore Fiume


Salvatore Fiume nasce a Comiso, in Sicilia il 23 ottobre 1915.
A sedici anni, grazie al suo talento ed alla sua passione per l'arte, vinse una borsa di studio per frequentare il Regio Istituto d'Arte del Libro di Urbino, dove apprese le tecniche della stampa, dall'incisione alla litografia.
A ventitré anni, Fiume si trasferì ad Ivrea, dove divenne art director di una rivista culturale voluta e seguita da Adriano Olivetti; in questi anni realizzò la sua prima opera letteraria di successo, il romanzo "Viva Gioconda!", pubblicata a Milano nel 1943 dall'editore Bianchi-Giovini.
Volendo dedicarsi soprattutto alla pittura, nel 1946 lasciò Ivrea per stabilirsi a Canzo in una filanda ottocentesca dove iniziò il suo intenso percorso di ricerca oltre che nella pittura, anche nella scultura e nell'architettura. Nello stesso anno presentò una serie di disegni a tempera e a china al poeta e critico d'arte Raffaele Carrieri ed al pittore e scrittore Alberto Savinio fratello dell'ormai affermato pittore metafisico Giorgio de Chirico.
Dal 1949, anno in cui si tenne la sua prima esposizione alla Galleria Borromini di Milano, seguirono diverse realizzazioni di opere e capolavori italiani tra cui la grande tela, dal titolo "Le leggende d'Italia" che rappresentava una città immaginaria rinascimentale ricca di capolavori italiani del Quattrocento e Cinquecento, il ciclo dei dieci grandi dipinti dal titolo "Le avventure, le sventure e le glorie dell'antica Perugia" dove si evince la passione di Fiume per la pittura rinascimentale. Altro elemento importante che che evidenzia la creatività di Salvatore Fiume sono le esperienze come scenografo teatrale (1950-1960) al Teatro alla scala di Milano, al Covent Garden di Londra, al Teatro dell'opera di Roma ed al Teatro Massimo di Palermo.
Per il pittore iniziò quindi una fase di contatti, viaggi ed esposizioni per tutto il mondo.
Tali viaggi ebbero per Fiume un' importanza notevole nella raccolta di impressioni, suoni, forme e colori di culture antiche e moderne, che accrebbero la sua personalità artistica fornendogli materiale per l'espandersi di un immaginario globale, ma sempre disciplinato dalla classicità mediterranea. Infatti a partire dal 1962 le sue opere iniziarono a toccare i diversi musei della Germania e dell'Etiopia.
Seguirono, durante la metà degli anni '70. l'esposizione nella grande sala delle Cariatidi, per la prima volta, della "Gioconda Africana", ora custodita nei musei Vaticani e la realizzazione del progetto di rivitalizzare gratuitamente il centro storico di Fiumefreddo con alcune sue opere. Fiume decise di dipingere alcune pareti interne ed esterne dell'antico castello semidiroccato.
Negli anni '90 iniziò le sue prime sculture in bronzo che collocò nelle due piazze di Fiumefreddo, donò anche un suo dipinto al Museo Gauguin di Tahiti, luogo in cui aveva vissuto e visitato, in omaggio al grande maestro francese.
Come sculture Fiume debuttò nel 1944 con un'esposizione per la Galleria Artesanterasmo di Milano. In realtà le sue prime esperienze furono alcuni bassorilievi in gesso risalenti agli anni quaranta. In seguito utilizzò anche altri materiali come il vimine, la ceramica, il bronzo, il marmo e la resina. All' età di 79 anni,     Fiume realizzò personalmente sculture di notevoli dimensioni, come "Le tre grazie", dal modello in plastilina alla forma definitiva in resina policroma: un impegno estremamente faticoso che, a detta dei famigliari, contribuì anche a minare la salute dell'artista.
La sua produzione comprende opere in pietra, bronzo, resina, legno e ceramica, alcune delle quali di grande dimensioni, come la statua di bronzo al Parlamento Europeo di Strasburgo, il gruppo bronzeo per la Fontana del Vino a Marsala.
Salvatore Fiume morì a Milano il 3 giugno 1997.